La normalizzazione di Bersani
In un famoso film degli anni Ottanta due giovani amanti venivano condannati a non incontrarsi mai dal maleficio di un vescovo geloso. Ogni giorno, al levar del sole, lei si sarebbe trasformata in falco; ogni sera, al tramonto, lui si sarebbe trasformato in lupo. Dalla fine della Prima Repubblica a oggi così è accaduto anche ai dirigenti del centrosinistra, costretti a una scelta forzosa e innaturale: o dalla parte dei partiti, degli iscritti, delle correnti; oppure dall’altra, con i cittadini, gli ...
elettori, la società civile. Dalla sfida tra Massimo D’Alema e Walter Veltroni fino a quella tra Pier Luigi Bersani e Dario Franceschini, passando per gli scontri tra lo stesso D’Alema e Romano Prodi – e poi, a parti sostanzialmente rovesciate, tra Romano Prodi e Walter Veltroni – nessuno fino a oggi era riuscito a spezzare la maledizione.
Bersani è il primo leader di centrosinistra a uscire dalla dicotomia che ha stritolato tutti i suoi predecessori dal 1994 a oggi: identificato sin dall’inizio come il “candidato dell’apparato” e incoronato dal voto degli iscritti, il neosegretario ha ottenuto al tempo stesso la suprema legittimazione delle primarie. Per la prima volta si è rotta l’antica maledizione scagliata contro i dirigenti della sinistra all’alba della Seconda Repubblica da tanti stregoni gelosi. L’incantesimo è spezzato: il candidato dell’apparato è stato incoronato dal popolo delle primarie; il pugno del partito e la spallata degli elettori hanno colpito uniti e nella stessa direzione; l’uomo delle correnti e il campione della società civile coincidono nella stessa persona. E’ presto per decretare la fine della Seconda Repubblica, ma è un inizio incoraggiante.
I tre assiomi fondamentali della Seconda Repubblica recitano infatti così: i partiti rappresentati in parlamento non rappresentano affatto la società; i vertici dei partiti non rappresentano la base degli iscritti; gli iscritti ai partiti non rappresentano i loro elettori. L’enorme affluenza alle primarie ha smentito il primo assioma; la perfetta coincidenza tra voto degli iscritti e voto degli elettori ha disintegrato gli altri due.
Qui sta dunque la vera e unica “normalizzazione” che Bersani deve ora affermare e difendere. E non sarà facile. La tentazione di rientrare nei vecchi schemi e le pressioni perché si acconci a interpretare una delle due parti previste dal copione saranno formidabili. L’avere smentito con la sua stessa elezione tutti postulati della geometria politica precedente è un primo passo, ma inventare una nuova geometria non è cosa da poco. E’ un’impresa che nessuno ha ancora seriamente tentato.
Il problema è che non c’è altra strada. Lupo nero degli apparati, pronto a divorare qualunque cosa si muova nel suo campo in una lotta feroce, oppure rapido falco capace all’occorrenza di volare leggero sopra tutte le miserie del mondo – ma fermo al laccio del falconiere e ben incappucciato il resto del tempo – nessuna delle due parti previste dal vecchio copione lascia margini all’improvvisazione. Non per niente da quindici anni lo spettacolo è così noioso.
Se all’indomani della sua elezione a segretario Bersani commetterà lo stesso errore commesso a suo tempo da tutti i predecessori, se penserà cioè che il suo incarico rappresenti semplicemente l’occasione per costruire e affermare la propria leadership sull’intero schieramento, alla fine anche lui dovrà convincersi del fatto che per un simile obiettivo occorre appoggiarsi al solido braccio di questo o quel gruppo (politico, editoriale o finanziario). Se deciderà insomma di puntare tutto sulla propria affermazione personale, il resto verrà di conseguenza. E non sarà niente di nuovo. Ma se deciderà di proseguire nella direzione seguita sin qui, tracciando da sé il proprio sentiero, allora davvero non si può escludere nulla. (il Foglio, 28 ottobre 2009)
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